Sii bella e stai zitta  

di Mirella Serri

Amazzoni, uscite dal letargo, scrollate le vostre chiome, abbandonate soffitte o cantine dove da tempo vi siete rifugiate, rispolverate le vostre frecce, lucidatele: siete chiamate a raccolta. Di che si tratta? L’appello arriva dalla Francia ma trova echi consistenti anche in Italia. La filosofa Michela Marzano, che dal 1980 vive a Parigi - dove ha tagliato traguardi e ottenuto riconoscimenti che nella penisola, a suo dire, non avrebbe visto nemmeno da lontano -, definisce il suo ultimo e provocatorio saggio, “Sii bella e stai zitta”, un atto di combattimento e di resistenza. A cosa? La studiosa riprende le denunce che oltralpe, sempre più di frequente, vengono avanzate da femministe storiche, come Gisèle Halimi ed Elisabeth Badinter. Costoro rilevano le crepe e le ragnatele che da tempo segnano quella cultura dell’uguaglianza e dei diritti per cui nei decenni passati le donne indossavano l’elmetto e scendevano ripetutamente in piazza. Le nostre conquiste non sono mai definitive, avvertono le analiste, e individuano un passo indietro che si profila all’orizzonte: il ritorno al déja vu, alla “naturalizzazione” o “essenzializzazione” del ruolo femminile. Di che si tratta? E’il rischio che signore e signorine, pur lavorando quanto e più degli uomini, dalla crisi economica e dal ‘contrattacco maschile’ vengano relegate al modello tradizionale di madri e mogli o addirittura nell’angolo delle “mamme indegne” se invece rivolgono molte attenzioni alla professione. A questo si aggiunge l’incapacità, delle ventenni o giù di lì, per mancanza di strumenti critici di decostruire i topos più vulgati da televisione e pubblicità. Già, proprio così: oggi maschi e femmine, soprattutto di ultima generazione, sono vittime della cosiddetta sindrome della “servitù volontaria”. La Marzano - sulle orme del cinquecentesco filosofo francese Etienne de la Boétie, autore del “Discorso sulla servitù volontaria” e teorico della disobbedienza civile - osserva che non riusciamo a elaborare alternative rispetto alle figure femminili che popolano il piccolo schermo. “La consuetudine ci fa accettare l’inaccettabile”: e così Belen Rodriguez perennemente in slip e reggiseno diventa il nostro archetipo mentre in contemporanea le più autorevoli, le professioniste, le imprenditrici, le scienziate, scompaiono dal video. Insomma il telecomando crea dipendenza ed è responsabile dell’attuale ‘contrattacco’: ne è convinta anche Lorella Zanardo, autrice del documentario “Il corpo delle donne”, da cui è nato l’omonimo saggio. In base agli ultimissimi dati elaborati dal Censis, il rapporto in tv tra tempo parlato o agito e tempo solo visivo, per il sesso forte, tende a coincidere mentre per il gentil sesso, invece, prevale nettamente il visivo. Ragazze ammucchiate o rannicchiate, in piedi o sdraiate, si ritrovano taciturne a fianco di maschi loquaci. Nei programmi della fascia preserale (l’autrice ne passa in rassegna quasi 600) sfilano inoltre attrici, cantanti e modelle. Argomenti preferiti? Moda, spettacolo, lifting. Raramente compaiono signore e signorine che dicono la loro su lavoro, politica, realizzazione professionale. E allora, che fare? Le leonesse che facevano sentire il ruggito dell’emancipazione negli Sessanta-Settanta sono diventate silenti? Per nulla, sostiene un’altra filosofa, Vittoria Franco, esortando le “Care ragazze” a ribellarsi. Anche perché le donne che vogliono gestire il potere, afferma la pensatrice, spesso ne sono attirate come esercizio di autorevolezza. Proprio l’autorità conquistata nei decenni precedenti può indicare la strada per fuggire dalla “servitù volontaria”. Se il contrattacco è presente, fioriscono i manuali di resistenza.

 
   
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