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| LIBRI&ALTRO | |||
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Sii bella e stai zitta di Mirella Serri Amazzoni, uscite dal letargo, scrollate le vostre chiome, abbandonate soffitte o cantine dove da tempo vi siete rifugiate, rispolverate le vostre frecce, lucidatele: siete chiamate a raccolta. Di che si tratta? L’appello arriva dalla Francia ma trova echi consistenti anche in Italia. La filosofa Michela Marzano, che dal 1980 vive a Parigi - dove ha tagliato traguardi e ottenuto riconoscimenti che nella penisola, a suo dire, non avrebbe visto nemmeno da lontano -, definisce il suo ultimo e provocatorio saggio, “Sii bella e stai zitta”, un atto di combattimento e di resistenza. |
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Vergine,
adolescente, silenziosa Irigaray dentro il mistero di Maria di Maria Serena Palieri - da l'Unità È un piccolo e affascinante libro, questo che Luce Irigaray dedica alla figura della Madonna, Il mistero di Maria. Già, nella nostra vita e nella nostra cultura, oggi, c’è un posto per Maria di Nazareth? Irigaray, nel suo cammino per ridare spazio al femminile nel mondo, quasi di necessità approda a una figura che è a fondamento della cristianità ma che, e scopriamo quanto, con lei, in queste pagine - è stata devitalizzata nella sua potenza simbolica. Maria nei secoli è stata ed è oggetto della devozione popolare. |
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Io sono mia Contrasto Ed. di Francesca Sancin Se i muri
potessero parlare. È esattamente quello che fanno sulle pagine di Io sono
mia (Contrasto Ed.), grazie alle foto di Giulio Sarchiola, i mille graffiti
lasciati dalle donne sulle pareti di Palazzo Nardini, sede storica del
femminismo romano, in via del Governo Vecchio 39. Poesie, slogan, messaggi
d’amore, schegge di ironia. Grumi di sogno che diventano pensiero scritto.
Esplosioni di colore su un intonaco eroso per agguato del tempo. E poi
scale, stanze e corridoi dove il vuoto di oggi si fa mancanza e suggerisce
il pieno di risate, sguardi e volti delle donne che li hanno abitati. |
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Storia dello stupro di Mirella Serri “Ma cosa ha
fatto a mia figlia?”. “Solo un gioco che farei con le mie stesse figlie”.
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Ritratto inquieto di maternità
Letizia Muratori, “La casa madre”,
Adelphi, pp. 110, e. 14 Un cuscino sotto la maglia per simulare di essere in stato interessante. Poi arriva il travaglio. Ecco le gambe allargate, le urla disperate e due-tre spinte. In un parto finto. Così le allieve delle elementari del Sacro Cuore di Gesù giocano a mamma e figlia dando alla luce una cabbage o pupazza di pezza e gommapiuma venuta dalla lontana Georgia. E’ l’orribile e patetico divertimento che va per la maggiore tra alunne molto benestanti che si portano a scuola da casa il loro pargolino sintetico. Ma dietro questa voglia di maternità che studentesse con il grembiulino e suorine condividono, si nasconde più di un tragico, raccapricciante segreto. Essere donna, essere mamma, essere in gravidanza. Sempre in storie feroci, grottesche e micidiali: sono gli input che animano la penna della 35 enne romana Letizia Muratori che ora pubblica due splendidi racconti in “La casa madre” (Adelphi editore).
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ANCHE LE RAGAZZE NEL
LORO PICCOLO S'INCAZZANO Di ritorno
da una settimana di convegni e discussioni che più o meno giravano tutti
sugli stessi argomenti, (la pessima condizione delle italiane escluse dai
luoghi di potere, esposte alla violenza maschile e alle molestie sul lavoro,
minacciate perfino su libertà personali che sembravano inalienabili) trovo
nella posta un piccolo libro uscito in questi giorni. Mi incuriosisce
l’accostamento fra il nome dell’autrice, quella Silvia Ballestra che fra le
scrittrici di nuova generazione si fa notare per anticonformismo e voglia di
cantare fuori dal coro, e il titolo, “Contro le donne nei secoli dei secoli”
(Il Saggiatore). |
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2006, ECCO DEI ROMANZI SENZA DATA DI SCADENZA Romanzi o
racconti da regalare a Natale? In libreria sono schierate le armate degli
ultimi usciti e suggerirvi il nuovo Grisham o il nuovo Camilleri (pur
godibilissimi) è come far piovere sul bagnato. Qui vi proponiamo dei titoli
approdati sugli scaffali nel 2006, che a causa del turn over non trovate in
evidenza tra le novità ma che, vi assicuriamo, hanno un «quid» che li rende
non caduchi: meritano. |
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NEL MONDO DEI BLOG L'amore proibito
degli omosex iraniani di Rosanna Fiocchetto - da l'Unità Dove ci sono persecuzione e oppressione «la lingua dell'amore» assume nel mondo del web il diritto di cittadinanza e di esistenza. È qui che diventa possibile la libertà di pensare, di dire e di scrivere senza paura e con orgoglio «azizam», amata mia, amato mio. Firmato con l'acronimo-pseudonimo «Vida» - che riassume, tutelandole, le identità di tre lesbiche e di una transessuale iraniane - il libro «Il giardino di Shahrzad» (traduzione di Virginia Gorgan, Il Dito e La Luna, Milano 2006, pp.160, 13 euro) è una composizione a più voci, una testimonianza contro l'oscurantismo fondamentalista e contro la sharia, la legge islamica che punisce con le frustate e con la pena capitale i rapporti amorosi tra persone dello stesso sesso. continua... |
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TESTIMONIANZE Torna il diario:
sull’esperienza a Rebibbia, Goliarda e la libertà del carcere
Di Maria Serena Palieri | ||
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IL VIAGGIO Storia d’una
terra bella e sfortunata nel libro di A.Maria Mori Una bambina istriana del secolo scorso di Maria Serena Palieri «Ci sono molti modi per uccidere: con le bombe, con i coltelli, con il pugno nella nuca e sprofondandoti ancora vivo in fondo a una fossa profonda decine di metri. Ma si può uccidere, eccome, anche con le parole, con la violenza delle parole, e con le bugie. E l’Istria, gli istriani, hanno un gran bisogno di parole che raccontino, che dicano la verità». Così scrive Anna Maria Mori, nata a Pola e dalla sua Istria esule dall’infanzia, a metà di questo libro che racconta un viaggio di ritorno nella terra natale. Oggi italiana, slovena e croata, dopo essere stata teatro di smembramenti subitanei e di tragedie - le foibe - prima occultate, poi svelate, poi tradite di nuovo dallo sviante uso politico. Pola e l’Istria, ciò che in questa stagione in un altro libro di una giornalista-scrittrice, Rossana Rossanda, è solo un ricordo d’infanzia e un trampolino per entrare nella Storia del «secolo scorso», qui, invece, costituisce la sostanza. Semmai, è da «quel triangolino di terra dentro l’Adriatico», che ha suscitato «così tante bramosie e lotte» che il racconto getta dei flash sul dramma del Novecento. Nata in Istria esordisce con un concetto veritiero: che, se l’idea di bellezza si fonda in noi nella primissima infanzia, guardando il volto materno, certo si fonda anche sull’esperienza che abbiamo di ciò che è intorno a quel corpo, la terra in cui nasciamo. Nel suo caso, spiega, capre bianchissime arrampicate sulle pietre del Carso, pini curvati dalla bora, boschi e sottoboschi, silenzio e il mare. Il primo sentimento che ha mosso il viaggio è insomma la nostalgia. Ma l’approdo è una ricerca effettuata con bella intelligenza antiretorica, dentro le stratificazioni etniche, culturali, politiche, di decine di istriane e istriani, le cui voci - a volte raccontano storie strazianti di violenza, a volte evocano momenti di serenità - sono riportate in modo anonimo. L’urgenza è appunto ritrovare «la verità» di un paese, dissipando gli slogan dei neo-nazionalismi come scavando dietro i successivi usi politici della storia. Per riuscirci Anna Maria Mori decodifica anche le tracce lasciate da una cucina sobria e comopolita, quella di un’Istria propaggine meridionale della civiltà austroungarica e settentrionale di quella italiana, poi jugoslava e «socialista», oggi divisa in modo labirintico per nazionalità sovrapposte. Nata in Istria - un gran bel libro - è stato insignito del premio Recanati 2006. |
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Donne,
politica e stereotipi. Perchè l'ovvio non cambia? di Francesca Molfino pp. 357, euro 14 - Baldini Castoldi Dalai Se, come si annuncia, le prossime elezioni vedranno irrisolto - o addirittura, è possibile - peggiorato il problema della rappresentanza femminile in politica, qual è il motivo? Il saggio-inchiesta di Francesca Molfino, psicoanalista, fondatrice del Centro Culturale Virginia Woolf e dell'Associazione Donne e Scienza, scava al di sotto dei nodi di ingegneria istituzionale. Oltre la questione «quote rosa», insomma, si chiede quale sia la cultura che impedisce un rapporto fisiologicamente democratico tra donne e politica in Italia. Largo il drappello delle intervistate: da Emma Bonino a Mercedes Bresso, da Livia Turco a Ida Dominijanni, da Franca Fossati a Maria Ida Germontani. E, sotto la lente del microscopio, alcuni «casi» sui generis: Alessandra Mussolini come Lilli Gruber. |
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Storia
di una passione politica di Tina Anselmi (con Anna Vinci) pp. 145, euro 16 - Sperling & Kupfer Lei è una che ce l'ha fatta: staffetta partigiana, prima donna ministro - del Lavoro, poi due volte della Sanità - in un governo italiano, presidente della commissione d'inchiesta sulla P2, si è ritirata dalla vita politica nel 1992, ma ancora in queste settimane ha denunciato l'invasività sempre viva delle trame di Licio Gelli. In questo libro nato da una lunga intervista ripercorre la sua vita politca. E le sue idee: dove il cattolicesimo riesce a sposarsi con la fede nella laicità e la democrazia. |
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Il
femminismo degli anni Settanta a cura di Teresa Bertilotti e Anna Scattigno pp. 256, euro 22 - Viella La «colpa» del neo-femminismo italiano che in Italia prese piede dalla fine degli Anni Sessanta? Non aver fatto storia di se stesso. Così da non aver cucito un filo con le giovanissime generazioni. E da prestarsi imbelle a operazioni di revisionismo storico - nelle ultime stagioni - che sono arrivate ad appaiare la battaglia per la legge sull'aborto alla lotta armata. Questo volume parte dal lavoro condotto nel 2004 dalla Società italiana delle Storiche, e riporta riletture degli anni Settanta effettuate da testimoni e studiose di diversa collocazione, Rossi-Doria, Guerra, Fraire, Melandri, Leccardi, Baeri, Ellena, Passerini, Petricola. |
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Sono
esausta! di Alejandra Parada Escribano trad. Maria Teresa Corsetti e Gaia Citterio pp.225,euro 16 - Gorée Succede che una casa editrice, Gorée, che è nata con l'obiettivo di pubblicare narrativa che ha a tema i diritti umani, decida di catalogare tra i diritti da difendere quelli - in genere non annoverati tra i basilari - delle donne dalla cosiddetta «doppia presenza», impegnate sul doppio fronte della fatica domestica e del mercato. Qui la protagonista poi, Ignacia Suarez, è una giornalista in carriera, dunque lontana dalle «vittime» (perseguitati politici, bambini di favelas e bidonville, schiavi d'antan, migranti) di cui in genere si parla quando si usa l'espressione «diritti umani». Però Ignacia ha un bambino di un anno e un «normale» carico familiare sulle spalle, così cade nel baby blues, la sindrome depressiva post-parto. Una sofferenza opaca e lancinante, da cui esce grazie all'ironia. |
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La
colpa delle donne di Ritanna Armeni pp.203, euro 12 - Ponte alle Grazie Dalla primavera 1981 alla primavera 2006, cioè dalla stagione in cui italiane e italiane chiamati con un referendum a esprimersi sulla legge sull'interruzione volontaria di gravidanza, la ratificarono, a questa vigilia elettorale, in cui ci siamo lasciati alle spalle l'esito disastrato del referendum sulla fecondazione assistita. In mezzo due decenni e mezzo che hanno visto imporsi la cosiddetta «tematica della vita», col ruolo nuovamente protagonista della Chiesa, e con imprevisti cambi di fronte di alcuni laici e alcune femministe, passati ai teocons. Ma è un lasso di tempo che permette anche di fare un bilancio concreto degli effetti della legge 194, sulle donne come sulla classe medica. È quanto fa Ritanna Armeni - giornalista di Liberazione e conduttrice di Otto e mezzo - cercando, anche, una bussola nel nuovo arcipelago delle ideologie. |
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Applausi per
Manuela Kustermann, al Vascello con «L'amore mio non può» di Lia Levi Sul palco gli orrori della deportazione di Maria Serena Palieri Che cosa è necessario per rievocare in scena i cinque anni - tra il 1938 e il 1943 - che racchiudono a Roma l'orrore delle leggi razziali? Un tavolo, due sedie, delle foglie di platano secche che volano sul pavimento nudo, e per contrasto con questi elementi minimi un grande schermo sul quale scorrono le immagini tronfie e minacciose dei cinegiornali dell'epoca; poi una brava attrice e regista, Manuela Kustermann, e un bel monologo tratto dal romanzo L'amore mio non può di Lia Levi. Un romanzo scritto dall'autrice nella sua classica cifra: malinconia ma anche levità per raccontare la tragedia. |
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| Mutilata di Khady Koita trad. Edi Vesco pp.90, euro 16 - Cairo Editori È uno dei titoli che segnano l'ingresso sul mercato di un nuovo editore, fin qui impegnato in settimanali e mensili per la famiglia e per «maschi in forma». Senegalese, quarantaseienne, presidente di Euronet, rete europea di lotta contro le mutilazioni genitali femminili, Khady è stata una bambina infibulata a sette anni, come avviene ogni anno a due milioni di piccole vittime di questa pratica. Il suo è un libro-denuncia che vuole attirare l'attenzione su questo dramma. |
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Il
calice e la spada di Riane Eisler trad. Vincenzo Mingiardi pp.353, euro 17 - Frassinelli Ecco riproposto un testo classico di critica alla società patriarcale: storica culturale e teorica dell'evoluzione, Eisler ripercorre la storia umana alla luce di due modelli in lotta, androcentrico e ginocentrico. E cerca le radici di questo secondo, basato su collaborazione e parità tra i sessi, anziché sull'aggressività e l'autoritarismo del primo, nella civiltà più arcaica, e pre-cristiana, del Mediterraneo. |
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Sottomesse |
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![]() buono |
ANITA
Storia di Anita Garibaldi Chi era Anita Garibaldi? Credo che la maggior parte di noi risponderebbe
press’a poco così: “una brasileira tutta impeto e
capelli al vento, compagna intrepida di Giuseppe Garibaldi, che morì di
malaria in qualche landa desolata dell’Italia centrale, fuggendo
dalla sconfitta Repubblica Romana”. |
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![]() buono |
Complice
il dubbio di Maria Rosa Cutrufelli, ediz. Frassinelli (romanzo in libreria dal 7 marzo 2006) In una Roma torrida e semivuota per le ferie d’agosto, Anna assiste impotente al suicidio del suo amante. Lo conosce da poco e ancor meno sa della sua vita, ma quel gesto per lei inspiegabile incrina il suo abituale autocontrollo, apre una falla nella sua compostezza, suggerendole solo di fuggire, di allontanarsi dalla casa dell’uomo. Per strada, sente qualcuno che la tallona: una giovane donna, colpita da un malore, le chiede aiuto. Anna è medico e non può sottrarsi, la conduce nel suo ambulatorio e poi nel proprio appartamento dove, per caso, scopre che anche la ragazza conosceva il suicida. Nel giro di poco, tra lei e l’altra si crea una sorta di complicità, basata più sui silenzi che sulle parole, sui dubbi e i sospetti reciproci che sulla fiducia. Marta, così si chiama la ragazza, non sa dove andare e accetta l’ospitalità che le offre la sua soccorritrice: una convivenza che sembra reggersi sul precario equilibrio di un’angoscia, un tarlo comune, ma anche – ed è Anna a percepirlo con maggiore imbarazzo e disagio- su una sorta di attrazione, su emozioni tenute a freno eppure intense e perturbanti. Finchè un giorno la verità, loro malgrado, affiora, in modo drammatico e tuttavia, forse, risolutivo…Un romanzo giocato sui chiaroscuri, come immerso in un’atmosfera sospesa, nel quale la scrittura limpida e affilata di Maria Rosa Cutrufelli disegna il ritratto di due donne davanti a una rivelazione che per entrambe può significare la salvezza… o l’abisso. Apparso per la prima volta alcuni anni fa e completamente rivisto dall’Autrice per questa edizione, Complice il dubbio è un libro che oggi più che mai – per i temi che affronta con sensibilità e una rara capacità di introspezione psicologica- dimostra tutta la sua attualità e vitalità. La critica ha detto: |
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![]() buono |
Pane
amaro. Quando i poveri eravamo noi di Maria Serena Palieri L’Unità 13 marzo 2006 Pane amaro, il nuovo romanzo di Elena Gianini Belotti, si conclude con queste righe che dipingono una donna mentre si rivolge al marito e alle figlie: «Sempre con questa musica che mi fa venire il mal di testa, prorompe stizzita, sempre a perdere tempo in sciocchezze. Poi si volta di scatto verso di loro e ordina perentoria: Avanti, svelti, muovetevi, cosa aspettate, c’è la tavola da apparecchiare, possibile che debba sempre ripetervi le cose due volte?». Quel suono - il «diluvio musicale» che nel tramonto, alla fine della giornata di lavoro, aveva miracolosamente avvinto per alcuni momenti l’uomo, con la sua fisarmonica, e le bambine - è scacciato via come un’acqua sporca giù per lo scarico, mentre l’immagine della tavola preparata per la cena vi si appone sopra come un sigillo. La musica è stata invece, nelle 386 pagine precedenti, l’ossigeno che ha mantenuto in vita il protagonista: autodidatta cui uno straordinario talento consente di eseguire alla fisarmonica la sinfonia del Barbiere di Siviglia come un’orchestra. Per un miracolo, in questa ultimissima pagina Gildo - è il suo nome - si ritrova tra i salvati anziché tra i sommersi: sposato, in una casa nelle paludi pontine bonificate. Ma prima, ecco la sua odissea. Emigrato tredicenne a inizio secolo, dal Bergamasco, negli Stati Uniti ha affrontato un’avventura che su di lui ha avuto un effetto devastante, fino a ridurlo catatonico in un ospedale psichiatrico. La storia che Elena Gianini Belotti qui racconta è, sotto alcuni aspetti, tremendamente «normale»: si colloca tra la vigilia della guerra di Libia, la Grande Guerra, l’avvento del fascismo e, sull’altra sponda dell’oceano, l’esecuzione di Sacco e Vanzetti; è quella dello sfruttamento cui venivano assoggettati italiani e italiane emigranti in America, imbarcati in stive immonde di terza classe, selezionati all’arrivo con una brutalità da lager testimoniata nel toccante museo che oggi ha sede a Ellis Island, spediti a fabbricare strade e ferrovie nelle località più remote, pagati niente, turlupinati da connazionali diventati kapò, buttati via appena arrivava forza lavoro fresca. Ciò che rende questo romanzo originale, è il capolinea che illumina, a ritroso, il prima: quel manicomio dove, dopo otto anni, ventunenne, «il Gildo» si ritrova, bollato dallo psichiatra che gli diagnostica di appartenere a una razza, l’italiana, che lì negli Stati Uniti manifesta troppa propensione al suicidio e alla farneticazione, dunque è geneticamente inferiore. Quel manicomio è, per il personaggio, una realtà concreta, ma per noi lettori è anche una metafora potente della segregazione di classe e di razza. Insomma, l’America come un incubo per i «lazzaroni» «musi neri» «mangia aglio» «scavafosse» che, per quanto cercassero di omologarsi, si sentivano sempre vergognosi «di se stessi e delle proprie origini». Quello della nostra emigrazione è un romanzo corale che ciascuno può raccontare a suo modo: nelle ultime stagioni l’ha fatto con secchezza documentaria l’italo-argentina Syria Poletti in Gente come me, con effervescenza romantica Melania Mazzucco in Vita. Vita - anche lì un adolescente italiano solo nel continente americano - è un punto di paragone. Ma il Gildo di Elena Gianini Belotti è il contrario del romantico Diamante di Mazzucco: la sua mitezza dostoievskiana - in tempi da lupi - ne fa un agnello sacrificale; la storia di Gildo è quella della perdita di ogni illusione. Pane amaro, nella crudezza della società che mette in scena racconta, anche, come ogni briciola di solidarietà sia essenziale: le belle figure di Luigino, l’amico che salva Gildo da un tentativo di suicidio, la cognata Ninetta che l’accoglie uscito dal manicomio. Ed è un romanzo che parla a noi: ci suggerisce che forse, per i «musi neri» che arrivano sulle nostre coste sognando un’America, la nostra Italia che li sfrutta e li segrega oggi può trasformarsi in incubo. |
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![]() pessimo |
IN
LIBRERIA IL SEQUEL di Tre metri sopra il cielo, libro di culto per teen-ager. È un
rosa sui generis. Dove le botte contano più dell’amore.
E che flirta con lo stupro Perché dedicare tanto inchiostro a questo libro? Perché come
il precedente sta diventando la leva d’un fenomeno di massa tra
ragazzini e ragazzine. In genere, di fronte a questi fenomeni, le strade
sono due: i giornali li ignorano; oppure ne parlano con la neutralità che
si riserva ai prodotti che, come che sia, hanno il merito di essere fabbriche
di quattrini. Ma ha ragione sempre il mercato? In occasione del cinquantennale
abbiamo visto la Feltrinelli rivendicare con orgoglio la fedeltà a
un pedigree fin dalle origini «moderno e internazionale»,
e al lascito di «una squadra» - cinquant’anni fa - «che
voleva cambiare il mondo, rivoluzionare la cultura italiana del dopoguerra
con i libri, con la forza della parola scritta» (parole di Inge
Feltrinelli nell’intervista che ha rilasciato alla rivista Bookshop
di dicembre). Cinquant’anni dopo, però, la casa di via Andegari
pubblica un romanzo che celebra l’epica dell’eroe di un fazzoletto
di mondo a Roma Nord, la saga vignaclarina del picchiatore, fascistello,
Step di Federico Moccia. E noi, benché si tratti di una gallina
dalle uova d’oro, riteniamo legittima la domanda: perché lo
fa? |
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| per informazioni: controparola@gmail.com | |||