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Sii bella e stai zitta

di Mirella Serri

Amazzoni, uscite dal letargo, scrollate le vostre chiome, abbandonate soffitte o cantine dove da tempo vi siete rifugiate, rispolverate le vostre frecce, lucidatele: siete chiamate a raccolta. Di che si tratta? L’appello arriva dalla Francia ma trova echi consistenti anche in Italia. La filosofa Michela Marzano, che dal 1980 vive a Parigi - dove ha tagliato traguardi e ottenuto riconoscimenti che nella penisola, a suo dire, non avrebbe visto nemmeno da lontano -, definisce il suo ultimo e provocatorio saggio, “Sii bella e stai zitta”, un atto di combattimento e di resistenza.

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Vergine, adolescente, silenziosa Irigaray dentro il mistero di Maria

di Maria Serena Palieri - da l'Unità

È un piccolo e affascinante libro, questo che Luce Irigaray dedica alla figura della Madonna, Il mistero di Maria. Già, nella nostra vita e nella nostra cultura, oggi, c’è un posto per Maria di Nazareth? Irigaray, nel suo cammino per ridare spazio al femminile nel mondo, quasi di necessità approda a una figura che è a fondamento della cristianità ma che, e scopriamo quanto, con lei, in queste pagine - è stata devitalizzata nella sua potenza simbolica. Maria nei secoli è stata ed è oggetto della devozione popolare.

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Io sono mia
voci e testimonianze dalla Casa delle donne

Contrasto Ed.

di Francesca Sancin

Se i muri potessero parlare. È esattamente quello che fanno sulle pagine di Io sono mia (Contrasto Ed.), grazie alle foto di Giulio Sarchiola, i mille graffiti lasciati dalle donne sulle pareti di Palazzo Nardini, sede storica del femminismo romano, in via del Governo Vecchio 39. Poesie, slogan, messaggi d’amore, schegge di ironia. Grumi di sogno che diventano pensiero scritto. Esplosioni di colore su un intonaco eroso per agguato del tempo. E poi scale, stanze e corridoi dove il vuoto di oggi si fa mancanza e suggerisce il pieno di risate, sguardi e volti delle donne che li hanno abitati.
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Storia dello stupro

di Mirella Serri

“Ma cosa ha fatto a mia figlia?”. “Solo un gioco che farei con le mie stesse figlie”.
Sarà. Ma la 14 enne Harriet era stata stesa a forza sul divano, con le gonne sollevate, un cuscino in faccia e “violentemente deflorata”- lei stessa lo aveva riferito ai giudici - dal padrone giocherellone. Però Harriet aveva commesso un paio di errori. Innanzitutto rifiutando il risarcimento che le era stato proposto e poi intonando una canzoncina audace a una festicciola. Mal gliene incolse. Aveva gettato ombre sulla sua reputazione e questo pesò sul verdetto finale.
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Ritratto inquieto di maternità

Letizia Muratori, “La casa madre”, Adelphi, pp. 110, e. 14
di
Mirella Serri

Un cuscino sotto la maglia per simulare di essere in stato interessante. Poi arriva il travaglio. Ecco le gambe allargate, le urla disperate e due-tre spinte. In un parto finto. Così le allieve delle elementari del Sacro Cuore di Gesù giocano a mamma e figlia dando alla luce una cabbage o pupazza di pezza e gommapiuma venuta dalla lontana Georgia.

E’ l’orribile e patetico divertimento che va per la maggiore tra alunne molto benestanti che si portano a scuola da casa il loro pargolino sintetico. Ma dietro questa voglia di maternità che studentesse con il grembiulino e suorine condividono, si nasconde più di un tragico, raccapricciante segreto. Essere donna, essere mamma, essere in gravidanza. Sempre in storie feroci, grottesche e micidiali: sono gli input che animano la penna della 35 enne romana Letizia Muratori che ora pubblica due splendidi racconti in “La casa madre” (Adelphi editore).

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ANCHE LE RAGAZZE NEL LORO PICCOLO S'INCAZZANO
In un infuocato pamphlet la scrittrice Silvia Balestra esprime tutta la sua indignazione per lo “strabiliante passo indietro” che stanno vivendo le donne. E le invita alla resistenza


di Chiara Valentini

Di ritorno da una settimana di convegni e discussioni che più o meno giravano tutti sugli stessi argomenti, (la pessima condizione delle italiane escluse dai luoghi di potere, esposte alla violenza maschile e alle molestie sul lavoro, minacciate perfino su libertà personali che sembravano inalienabili) trovo nella posta un piccolo libro uscito in questi giorni. Mi incuriosisce l’accostamento fra il nome dell’autrice, quella Silvia Ballestra che fra le scrittrici di nuova generazione si fa notare per anticonformismo e voglia di cantare fuori dal coro, e il titolo, “Contro le donne nei secoli dei secoli” (Il Saggiatore).
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2006, ECCO DEI ROMANZI SENZA DATA DI SCADENZA
di Maria Serena Palieri
- da l'Unità

Romanzi o racconti da regalare a Natale? In libreria sono schierate le armate degli ultimi usciti e suggerirvi il nuovo Grisham o il nuovo Camilleri (pur godibilissimi) è come far piovere sul bagnato. Qui vi proponiamo dei titoli approdati sugli scaffali nel 2006, che a causa del turn over non trovate in evidenza tra le novità ma che, vi assicuriamo, hanno un «quid» che li rende non caduchi: meritano.
Uwe Timm, sessantaseienne tedesco, è uno scrittore che ha attraversato la penisola, in questo 2006, mietendo premi: il Napoli e il Mondello. Eppure è come se ancora restasse in ombra. Bene, Rosso (Le Lettere, pp.329, euro 22) - un titolo uscito a fine 2005 ma, appunto, rinverdito quest’anno dai riconoscimenti ricevuti - è il tipo di romanzo che ogni Paese desidererebbe avere, un romanzo che, come di sbieco, sprezzando la saga, racconta la Germania del secondo Novecento. Un uomo, investito da una macchina, è steso a terra, sanguinante. Di mestiere faceva l’oratore nelle cerimonie funebri e ora fa l’orazione di se stesso. Era uno studente comunista negli anni Sessanta, poi ha visto i compagni trasformarsi in raffinatissimi e facoltosi produttori di vino, lui ha un amore giovane, Iris, di professione fabbricante di luce...
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  NEL MONDO DEI BLOG L'amore proibito degli omosex iraniani
di
Rosanna Fiocchetto - da l'Unità
 
Dove ci sono persecuzione e oppressione «la lingua dell'amore» assume nel mondo del web il diritto di cittadinanza e di esistenza. È qui che diventa possibile la libertà di pensare, di dire e di scrivere senza paura e con orgoglio «azizam», amata mia, amato mio. Firmato con l'acronimo-pseudonimo «Vida» - che riassume, tutelandole, le identità di tre lesbiche e di una transessuale iraniane - il libro «Il giardino di Shahrzad» (traduzione di Virginia Gorgan, Il Dito e La Luna, Milano 2006, pp.160, 13 euro) è una composizione a più voci, una testimonianza contro l'oscurantismo fondamentalista e contro la sharia, la legge islamica che punisce con le frustate e con la pena capitale i rapporti amorosi tra persone dello stesso sesso.
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TESTIMONIANZE Torna il diario: sull’esperienza a Rebibbia, Goliarda e la libertà del carcere

Di Maria Serena Palieri
L'Unità 10 luglio 2006


Il titolo è diventato proverbiale, ma il libro l’hanno letto in pochi. Nei primi anni Ottanta Goliarda Sapienza, catanese, scrittrice, già attrice teatrale e cinematografica (Silvio D’Amico la definì «la nuova Duse»), compagna a lungo di Citto Maselli, figlia di una coppia di personaggi di spicco della sinistra italiana (la madre era stata la prima donna segretaria di una Camera del Lavoro, la grande Maria Giudice), compie il più eversivo dei suoi gesti: ruba dei gioielli a un’amica ricca e, denunciata, finisce in carcere. Perché lo fece? Un po’ per bisogno, un po’ per rabbia verso l’amica facoltosa ma avara. Questo è il diario di quell’esperienza scritto a posteriori e uscito in prima edizione, già allora per Rizzoli, nel 1983. Segue la ripubblicazione, avvenuta negli ultimi due anni, di altri due libri della stessa autrice, Il filo di mezzogiorno per La Tartaruga e L’arte della gioia per Stampa alternativa. Prendete una donna che vive ai Parioli ma è di sinistra e si dichiara nauseata di un certo ambiente troppo pieno di soldi, mettetela in un carcere femminile e, se la donna è intelligente, anzi intelligentissima, e curiosa, anzi curiosissima - Goliarda Sapienza era tutt’e due le cose - osservate lo strano effetto che quel reclusorio le può fare. Lei si inoltra dentro Rebibbia decisa ad assorbirne le leggi, disposta a scoprire quel che di teatrale o addirittura mitologico c’è nelle compagne di detenzione, sorpresa dall’effetto paradossale che il livellamento insito nel sistema carcerario le produce: scrive di sentirsi più «libera» lì dentro che fuori. La tesi sarebbe oltraggiosa, per chi là dentro dovrà stare qualche decennio (non, come succederà a lei, alcune settimane), se non si accompagnasse alla compassione, al «patire con». Con le altre. Ma la Rebibbia che Goliarda Sapienza narra da dentro non è un luogo di sventurate alla Victor Hugo. Sarà perché ci sono le «politiche», è un posto dove si fa un gran discutere, persino, di soggettività femminile.
Un libro che avrebbe tutte le carte per scivolare nel «divertissement» per sinistra snob. Ma, grazie alla personalità davvero sui generis dell’autrice, evita il rischio: è una testimonianza eccentrica e veritiera. E scritta benissimo: già, Goliarda Sapienza (morta settantaduenne nel 1996) era una gran penna.


IL VIAGGIO Storia d’una terra bella e sfortunata nel libro di A.Maria Mori
Una bambina istriana del secolo scorso

di Maria Serena Palieri
L'Unità 26 giugno 2006

«Ci sono molti modi per uccidere: con le bombe, con i coltelli, con il pugno nella nuca e sprofondandoti ancora vivo in fondo a una fossa profonda decine di metri. Ma si può uccidere, eccome, anche con le parole, con la violenza delle parole, e con le bugie. E l’Istria, gli istriani, hanno un gran bisogno di parole che raccontino, che dicano la verità». Così scrive Anna Maria Mori, nata a Pola e dalla sua Istria esule dall’infanzia, a metà di questo libro che racconta un viaggio di ritorno nella terra natale. Oggi italiana, slovena e croata, dopo essere stata teatro di smembramenti subitanei e di tragedie - le foibe - prima occultate, poi svelate, poi tradite di nuovo dallo sviante uso politico. Pola e l’Istria, ciò che in questa stagione in un altro libro di una giornalista-scrittrice, Rossana Rossanda, è solo un ricordo d’infanzia e un trampolino per entrare nella Storia del «secolo scorso», qui, invece, costituisce la sostanza. Semmai, è da «quel triangolino di terra dentro l’Adriatico», che ha suscitato «così tante bramosie e lotte» che il racconto getta dei flash sul dramma del Novecento. Nata in Istria esordisce con un concetto veritiero: che, se l’idea di bellezza si fonda in noi nella primissima infanzia, guardando il volto materno, certo si fonda anche sull’esperienza che abbiamo di ciò che è intorno a quel corpo, la terra in cui nasciamo. Nel suo caso, spiega, capre bianchissime arrampicate sulle pietre del Carso, pini curvati dalla bora, boschi e sottoboschi, silenzio e il mare. Il primo sentimento che ha mosso il viaggio è insomma la nostalgia. Ma l’approdo è una ricerca effettuata con bella intelligenza antiretorica, dentro le stratificazioni etniche, culturali, politiche, di decine di istriane e istriani, le cui voci - a volte raccontano storie strazianti di violenza, a volte evocano momenti di serenità - sono riportate in modo anonimo. L’urgenza è appunto ritrovare «la verità» di un paese, dissipando gli slogan dei neo-nazionalismi come scavando dietro i successivi usi politici della storia. Per riuscirci Anna Maria Mori decodifica anche le tracce lasciate da una cucina sobria e comopolita, quella di un’Istria propaggine meridionale della civiltà austroungarica e settentrionale di quella italiana, poi jugoslava e «socialista», oggi divisa in modo labirintico per nazionalità sovrapposte. Nata in Istria - un gran bel libro - è stato insignito del premio Recanati 2006.


Donne, politica e stereotipi. Perchè l'ovvio non cambia?
di Francesca Molfino
pp. 357, euro 14 - Baldini Castoldi Dalai

Se, come si annuncia, le prossime elezioni vedranno irrisolto - o addirittura, è possibile - peggiorato il problema della rappresentanza femminile in politica, qual è il motivo? Il saggio-inchiesta di Francesca Molfino, psicoanalista, fondatrice del Centro Culturale Virginia Woolf e dell'Associazione Donne e Scienza, scava al di sotto dei nodi di ingegneria istituzionale. Oltre la questione «quote rosa», insomma, si chiede quale sia la cultura che impedisce un rapporto fisiologicamente democratico tra donne e politica in Italia. Largo il drappello delle intervistate: da Emma Bonino a Mercedes Bresso, da Livia Turco a Ida Dominijanni, da Franca Fossati a Maria Ida Germontani. E, sotto la lente del microscopio, alcuni «casi» sui generis: Alessandra Mussolini come Lilli Gruber.

Storia di una passione politica
di Tina Anselmi (con Anna Vinci)
pp. 145, euro 16 - Sperling & Kupfer

Lei è una che ce l'ha fatta: staffetta partigiana, prima donna ministro - del Lavoro, poi due volte della Sanità - in un governo italiano, presidente della commissione d'inchiesta sulla P2, si è ritirata dalla vita politica nel 1992, ma ancora in queste settimane ha denunciato l'invasività sempre viva delle trame di Licio Gelli. In questo libro nato da una lunga intervista ripercorre la sua vita politca. E le sue idee: dove il cattolicesimo riesce a sposarsi con la fede nella laicità e la democrazia.

Il femminismo degli anni Settanta
a cura di Teresa Bertilotti e Anna Scattigno
pp. 256, euro 22 - Viella

La «colpa» del neo-femminismo italiano che in Italia prese piede dalla fine degli Anni Sessanta? Non aver fatto storia di se stesso. Così da non aver cucito un filo con le giovanissime generazioni. E da prestarsi imbelle a operazioni di revisionismo storico - nelle ultime stagioni - che sono arrivate ad appaiare la battaglia per la legge sull'aborto alla lotta armata. Questo volume parte dal lavoro condotto nel 2004 dalla Società italiana delle Storiche, e riporta riletture degli anni Settanta effettuate da testimoni e studiose di diversa collocazione, Rossi-Doria, Guerra, Fraire, Melandri, Leccardi, Baeri, Ellena, Passerini, Petricola.

Sono esausta!
di Alejandra Parada Escribano
trad. Maria Teresa Corsetti e Gaia Citterio
pp.225,euro 16 - Gorée

Succede che una casa editrice, Gorée, che è nata con l'obiettivo di pubblicare narrativa che ha a tema i diritti umani, decida di catalogare tra i diritti da difendere quelli - in genere non annoverati tra i basilari - delle donne dalla cosiddetta «doppia presenza», impegnate sul doppio fronte della fatica domestica e del mercato. Qui la protagonista poi, Ignacia Suarez, è una giornalista in carriera, dunque lontana dalle «vittime» (perseguitati politici, bambini di favelas e bidonville, schiavi d'antan, migranti) di cui in genere si parla quando si usa l'espressione «diritti umani». Però Ignacia ha un bambino di un anno e un «normale» carico familiare sulle spalle, così cade nel baby blues, la sindrome depressiva post-parto. Una sofferenza opaca e lancinante, da cui esce grazie all'ironia.

La colpa delle donne
di Ritanna Armeni
pp.203, euro 12 - Ponte alle Grazie

Dalla primavera 1981 alla primavera 2006, cioè dalla stagione in cui italiane e italiane chiamati con un referendum a esprimersi sulla legge sull'interruzione volontaria di gravidanza, la ratificarono, a questa vigilia elettorale, in cui ci siamo lasciati alle spalle l'esito disastrato del referendum sulla fecondazione assistita. In mezzo due decenni e mezzo che hanno visto imporsi la cosiddetta «tematica della vita», col ruolo nuovamente protagonista della Chiesa, e con imprevisti cambi di fronte di alcuni laici e alcune femministe, passati ai teocons. Ma è un lasso di tempo che permette anche di fare un bilancio concreto degli effetti della legge 194, sulle donne come sulla classe medica. È quanto fa Ritanna Armeni - giornalista di Liberazione e conduttrice di Otto e mezzo - cercando, anche, una bussola nel nuovo arcipelago delle ideologie.

  Applausi per Manuela Kustermann, al Vascello con «L'amore mio non può» di Lia Levi

Sul palco gli orrori della deportazione

di Maria Serena Palieri

Che cosa è necessario per rievocare in scena i cinque anni - tra il 1938 e il 1943 - che racchiudono a Roma l'orrore delle leggi razziali? Un tavolo, due sedie, delle foglie di platano secche che volano sul pavimento nudo, e per contrasto con questi elementi minimi un grande schermo sul quale scorrono le immagini tronfie e minacciose dei cinegiornali dell'epoca; poi una brava attrice e regista, Manuela Kustermann, e un bel monologo tratto dal romanzo L'amore mio non può di Lia Levi. Un romanzo scritto dall'autrice nella sua classica cifra: malinconia ma anche levità per raccontare la tragedia.

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  Mutilata 
di Khady Koita
trad. Edi Vesco
pp.90, euro 16 - Cairo Editori

È uno dei titoli che segnano l'ingresso sul mercato di un nuovo editore, fin qui impegnato in settimanali e mensili per la famiglia e per «maschi in forma». Senegalese, quarantaseienne, presidente di Euronet, rete europea di lotta contro le mutilazioni genitali femminili, Khady è stata una bambina infibulata a sette anni, come avviene ogni anno a due milioni di piccole vittime di questa pratica. Il suo è un libro-denuncia che vuole attirare l'attenzione su questo dramma.

Il calice e la spada
di Riane Eisler
trad. Vincenzo Mingiardi
pp.353, euro 17 - Frassinelli

Ecco riproposto un testo classico di critica alla società patriarcale: storica culturale e teorica dell'evoluzione, Eisler ripercorre la storia umana alla luce di due modelli in lotta, androcentrico e ginocentrico. E cerca le radici di questo secondo, basato su collaborazione e parità tra i sessi, anziché sull'aggressività e l'autoritarismo del primo, nella civiltà più arcaica, e pre-cristiana, del Mediterraneo.

Sottomesse
di Marie-France Hirigoyen
trad. Stefania Pico
prefazione e postfazione
di Simona Argentieri
pp.252, euro 15,50 - Einaudi

La violenza più segreta è quella che si cela tra le pareti domestiche. E più segreta ancora è quella, a volte solo psicologica, che si cela dentro la coppia. Hirigoyen, psichiatra, già autrice di Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro, indaga sul perché donne di oggi colte, economicamente autonome, professionalmente realizzate, sopportino la violenza dei compagni: paura dell'abbandono, scarsa autostima, senso di colpa?





buono

ANITA Storia di Anita Garibaldi
di Lisa Ginzburg

Chi era Anita Garibaldi? Credo che la maggior parte di noi risponderebbe press’a poco così: “una brasileira tutta impeto e capelli al vento, compagna intrepida di Giuseppe Garibaldi, che morì di malaria in qualche landa desolata dell’Italia centrale, fuggendo dalla sconfitta Repubblica Romana”.
Ma che persona era Anita? Cosa pensava, cosa sperava? Come si erano incrociati i destini della ragazza che amava i cavalli e del mazziniano con la barba bionda? Questo e altro ancora ci racconta il libro di Lisa Ginzburg (“Anita – Storia di Anita Garibaldi”, Edizioni e/o, euro 14): 119 pagine puntellate di solidi riferimenti storici, con in più il lievito dall’immaginazione per raccontare la storia dalla parte di lei, “Aninha”, per descrivere il suo Giuseppe e i compagni che con lui rischiarono, e talvolta persero, la vita in America Latina e in Italia.
Come nella descrizione del primo incontro di Anita con quello che non era ancora l’Eroe dei Due Mondi (“farrapos”, chiamavano i guerriglieri come lui, dal nome del fazzoletto rosso che si legavano al collo per non lasciar colare il sudore): “Era l’uomo più bello che avessi mai visto: questa certezza mi ha subito colpito, chiara. Nello stesso momento, guardandolo ho percepito un peso che gli gravava sulle spalle. La responsabilità del comando. Contro quel peso (che poi ho impiegato molto tempo a comprendere) ho combattuto con tenacia, con furia a volte. Il suo senso del dovere, l’obbedienza incondizionata a ciò che va fatto. L’impedimento più grande al nostro amore”.
O nel raccontare le discussioni con la suocera quando Anita e i bambini andarono a vivere con lei a Nizza: perché Rosa Raimondi impose per Menotti la scuola cattolica mentre Anita avrebbe preferito la scuola comunale, dove sperava che nessuno gli facesse pesare la carnagione da mulatto e l’accento portoghese. Fino all’ultimo pensiero di Anita e all’ultima immagine che lei, morente, intravede riflessa in uno specchio: il lampo delle forbici che tagliano la barba bionda di Garibaldi, costretto a non farsi riconoscere. Per fuggire, per continuare a vivere.Insomma, un piccolo libro di storia con il valore aggiunto di una vena di poesia.

Elena Doni





buono
Complice il dubbio
di Maria Rosa Cutrufelli, ediz. Frassinelli (romanzo in libreria dal 7 marzo 2006)

In una Roma torrida e semivuota per le ferie d’agosto, Anna assiste impotente al suicidio del suo amante. Lo conosce da poco e ancor meno sa della sua vita, ma quel gesto per lei inspiegabile incrina il suo abituale autocontrollo, apre una falla nella sua compostezza, suggerendole solo di fuggire, di allontanarsi dalla casa dell’uomo. Per strada, sente qualcuno che la tallona: una giovane donna, colpita da un malore, le chiede aiuto. Anna è medico e non può sottrarsi, la conduce nel suo ambulatorio e poi nel proprio appartamento dove, per caso, scopre che anche la ragazza conosceva il suicida. Nel giro di poco, tra lei e l’altra si crea una sorta di complicità, basata più sui silenzi che sulle parole, sui dubbi e i sospetti reciproci che sulla fiducia. Marta, così si chiama la ragazza, non sa dove andare e accetta l’ospitalità che le offre la sua soccorritrice: una convivenza che sembra reggersi sul precario equilibrio di un’angoscia, un tarlo comune, ma anche – ed è Anna a percepirlo con maggiore imbarazzo e disagio- su una sorta di attrazione, su emozioni tenute a freno eppure intense e perturbanti. Finchè un giorno la verità, loro malgrado, affiora, in modo drammatico e tuttavia, forse, risolutivo…Un romanzo giocato sui chiaroscuri, come immerso in un’atmosfera sospesa, nel quale la scrittura limpida e affilata di Maria Rosa Cutrufelli disegna il ritratto di due donne davanti a una rivelazione che per entrambe può significare la salvezza… o l’abisso. Apparso per la prima volta alcuni anni fa e completamente rivisto dall’Autrice per questa edizione, Complice il dubbio è un libro che oggi più che mai – per i temi che affronta con sensibilità e una rara capacità di introspezione psicologica- dimostra tutta la sua attualità e vitalità.

La critica ha detto:
“ I libri di Maria Rosa Cutrufelli sono singolari per tema e timbro stilistico.” Gina Lagorio

“Paura e desiderio…La tensione diventa paura anche per chi legge, paura che quel rapporto si spezzi, che il legame che abbiamo sentito nascere dal dubbio e prendere forma nei movimenti, nelle voci, nei corpi, venga da questo dubbio cancellato…” Paola Bono, Il Manifesto

“… L’introspezione, l’analisi della complicata psicologia femminile è lo scrigno da cui scaturiscono le maggiori sorprese.” Mirella Serri

“Figure femminili anomale, antieroine che possiedono qualcosa che le rende care: un appetito di vita che le spinge a imporsi nel mondo, dove si iscrivono i nomi e le date della Storia.” Silvia Contarini

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buono
Pane amaro. Quando i poveri eravamo noi
di Maria Serena Palieri

L’Unità 13 marzo 2006

Pane amaro, il nuovo romanzo di Elena Gianini Belotti, si conclude con queste righe che dipingono una donna mentre si rivolge al marito e alle figlie: «Sempre con questa musica che mi fa venire il mal di testa, prorompe stizzita, sempre a perdere tempo in sciocchezze. Poi si volta di scatto verso di loro e ordina perentoria: Avanti, svelti, muovetevi, cosa aspettate, c’è la tavola da apparecchiare, possibile che debba sempre ripetervi le cose due volte?». Quel suono - il «diluvio musicale» che nel tramonto, alla fine della giornata di lavoro, aveva miracolosamente avvinto per alcuni momenti l’uomo, con la sua fisarmonica, e le bambine - è scacciato via come un’acqua sporca giù per lo scarico, mentre l’immagine della tavola preparata per la cena vi si appone sopra come un sigillo. La musica è stata invece, nelle 386 pagine precedenti, l’ossigeno che ha mantenuto in vita il protagonista: autodidatta cui uno straordinario talento consente di eseguire alla fisarmonica la sinfonia del Barbiere di Siviglia come un’orchestra. Per un miracolo, in questa ultimissima pagina Gildo - è il suo nome - si ritrova tra i salvati anziché tra i sommersi: sposato, in una casa nelle paludi pontine bonificate. Ma prima, ecco la sua odissea. Emigrato tredicenne a inizio secolo, dal Bergamasco, negli Stati Uniti ha affrontato un’avventura che su di lui ha avuto un effetto devastante, fino a ridurlo catatonico in un ospedale psichiatrico. La storia che Elena Gianini Belotti qui racconta è, sotto alcuni aspetti, tremendamente «normale»: si colloca tra la vigilia della guerra di Libia, la Grande Guerra, l’avvento del fascismo e, sull’altra sponda dell’oceano, l’esecuzione di Sacco e Vanzetti; è quella dello sfruttamento cui venivano assoggettati italiani e italiane emigranti in America, imbarcati in stive immonde di terza classe, selezionati all’arrivo con una brutalità da lager testimoniata nel toccante museo che oggi ha sede a Ellis Island, spediti a fabbricare strade e ferrovie nelle località più remote, pagati niente, turlupinati da connazionali diventati kapò, buttati via appena arrivava forza lavoro fresca. Ciò che rende questo romanzo originale, è il capolinea che illumina, a ritroso, il prima: quel manicomio dove, dopo otto anni, ventunenne, «il Gildo» si ritrova, bollato dallo psichiatra che gli diagnostica di appartenere a una razza, l’italiana, che lì negli Stati Uniti manifesta troppa propensione al suicidio e alla farneticazione, dunque è geneticamente inferiore. Quel manicomio è, per il personaggio, una realtà concreta, ma per noi lettori è anche una metafora potente della segregazione di classe e di razza. Insomma, l’America come un incubo per i «lazzaroni» «musi neri» «mangia aglio» «scavafosse» che, per quanto cercassero di omologarsi, si sentivano sempre vergognosi «di se stessi e delle proprie origini». Quello della nostra emigrazione è un romanzo corale che ciascuno può raccontare a suo modo: nelle ultime stagioni l’ha fatto con secchezza documentaria l’italo-argentina Syria Poletti in Gente come me, con effervescenza romantica Melania Mazzucco in Vita. Vita - anche lì un adolescente italiano solo nel continente americano - è un punto di paragone. Ma il Gildo di Elena Gianini Belotti è il contrario del romantico Diamante di Mazzucco: la sua mitezza dostoievskiana - in tempi da lupi - ne fa un agnello sacrificale; la storia di Gildo è quella della perdita di ogni illusione. Pane amaro, nella crudezza della società che mette in scena racconta, anche, come ogni briciola di solidarietà sia essenziale: le belle figure di Luigino, l’amico che salva Gildo da un tentativo di suicidio, la cognata Ninetta che l’accoglie uscito dal manicomio. Ed è un romanzo che parla a noi: ci suggerisce che forse, per i «musi neri» che arrivano sulle nostre coste sognando un’America, la nostra Italia che li sfrutta e li segrega oggi può trasformarsi in incubo.

 




pessimo

IN LIBRERIA IL SEQUEL di Tre metri sopra il cielo, libro di culto per teen-ager. È un rosa sui generis. Dove le botte contano più dell’amore. E che flirta con lo stupro

Moccia 2: la saga di Step picchiatore dei Due Mondi
di Maria Serena Palieri

L'Unità del 23/02/2006

In coincidenza con la festa di San Valentino, Feltrinelli ha mandato in libreria Ho voglia di te, il nuovo romanzo di Federico Moccia. La manchette ci ricorda che il precedente Tre metri sopra il cielo ha venduto un milione di copie: grazie a una in parte inedita strategia di vendita e al rilancio effettuato dal film omonimo, è stato «il» best-seller italiano degli ultimi due anni, nonché romanzo al centro di un culto di massa tra i teen ager. Non tutti i libri hanno un titolo riducibile a un acrostico, «3mSc», usabile come sms.

Ho voglia di te di Tre metri sopra il cielo è il sequel. Protagonista è ancora il giovane Stefano, detto Step, che ora torna da New York, dove si è esiliato per due anni dopo essere stato lasciato, nel romanzo precedente, dalla sua Babi. Di nuovo a Roma, Step incontra un’altra fanciulla, Ginevra detta Gin, e, grazie a lei, esce dallo stato cupo di nostalgia in cui l’aveva ridotto la perdita dell’altra. Ho voglia di te, in sostanza, racconta che chiodo scaccia chiodo. In questo senso, è a tutti gli effetti un romanzo rosa, perché, secondo una definizione di questo sempiterno genere narrativo data da Brunella Gasperini - la ricordava in un saggio recente Giovanna Rosa - narra «una storia d’amore fine a se stessa». E il resto, nella trama, è appunto tale: l’impiego che Step trova come aiuto scenografo d’un varietà televisivo, per esempio, è un modo di portare sulla pagina il demi-monde di aspiranti producer e aspiranti veline del romano Bar Vanni, ma è principalmente un mezzo per fargli reincontrare quella che deve diventare la «sua» amata. Ma chi è il protagonista? Moccia lavora sul gioco di rimandi, cioè su quella saga che il romanzo precedente ha già depositato: Step è «il picchiatore, il duro. Ha una Honda 750 Custom blu scura, corre come Valentino Rossi, ha fatto a botte con mezza Roma, stava fisso a piazza Euclide, amico di Hook, di Schello e per la sua donna ha litigato perfino con il Siciliano» (così viene descritto a pag. 158). Insomma, è un picchiatore. Picchia dove capita, appena gli giri. Non picchia i «rossi» come facevano i suoi omonimi d’antan, ma le sue simpatie politiche, a differenza del primo libro, qui diventano deducibili: quando, a pagina 217, definisce «squallidoni» due avventori d’un caffé, il cui tratto caratterizzante è leggere il manifesto. E Hook e Schello chi sono? Membri del gruppo dei cosiddetti «budokani», ragazzi che nel primo romanzo, come lui, si sfidavano in gare di moto di notte sull’Olimpica, con appese sul sellino ragazze dette «camomille» dal negozio (a piazza di Spagna) in cui compravano le cinte con cui si incatenavano; che s’imbucavano alle feste dei coetanei, per rapinarne le case; e anche loro picchiavano. Qui i budokani sono sempre quelli: nella rimpatriata in cui si ricongiungono a Step sfasciano un ristorante, molestano gli altri avventori (persone mal per loro «non troppo ricercate, senza pensieri, magari con una giornata faticosa alle spalle», pag. 130) ed escono senza pagare.
Ciò che cambia - secondo lo stilema del genere rosa - è appunto l’oggetto d’amore del protagonista. La Babi del primo romanzo viveva a Vigna Clara ed era una giovinetta irreprensibile, caduta in amore con lui e poi redenta: redenzione certificata dal fatto che nell’ultima scena rientrava a casa con fidanzato nuovo provvisto di Lancia Thema. Ginevra detta Gin quanto a censo è analoga, vive ai Parioli, via Panama, ma è una tosta: fa karate e kickboxing. In più, coltiva un’ideologia da esproprio borghese: ruba benzina ai distributori e, amando vestire griffata, s’è inventata una truffa ai danni d’una boutique online.

Le griffe - Cavalli, Costume National, Moschino, Miss Sixty Luxury, Vivienne Westwood, se è una macchina la Bmw Z4 - in questo romanzo, come nel precedente, hanno lo stesso ruolo fatidico. Ne sono la geografia, come in un romanzo dell’Ottocento potevano essere, per un viaggiatore, le tappe del Grand Tour in Italia. Il fatto è che Step è andato a New York e lì ha studiato computer graphic, ma è rimasto nel magico cerchio, (anzi, per stare al suo linguaggio, «epico»), così descritto a pagina 210: l’area circoscritta tra «le mitiche risse a piazza Euclide, le scorribande sulla Cassia fino giù a Talenti e ritorno». Per chi non è di Roma, anzi, non è di Roma Nord, un’area d’un cinque chilometri quadrati all’incirca.

E appunto qui è una debolezza strutturale della trama. Il romanzo dà per assodato che il nostro eroe sia cambiato: era partito scampando al carcere dopo aver massacrato un uomo la cui colpa era essere l’amante di sua madre (la mamma è il vero amore del ragazzo...), e ora, quando torna, la gente intorno, invece di schizzarlo come un Andrea Ghira in sedicesimo, lo festeggia e i genitori gli affidano le figlie. Ma nella sostanza qual è stata la sua metamorfosi? Nessuna. Step, «dentro», non evolve. Continua a picchiare: in quattrocentotredici pagine circa centocinquanta descrivono destri, sinistri, ganci, craniate, calci nei coglioni, denti rotti, nasi idem, si tratti di difendere Gin da molestatori (perché non sono molestatori budokani, cioè amici...), si tratti semplicemente di sfidare il tipo che in palestra ha una fama più da duro.

Ho voglia di te, quindi, è un romanzo rosa cui manca un quid essenziale al genere, la redenzione. È un romanzo rosa, poi, sui generis, perché al protagonista gli ormoni funzionano soprattutto nel menar le mani. E in cui le ragazze hanno un ruolo ben preciso: toste che siano, come Gin, devono essere difese a un certo punto a calci e pugni dai malintenzionati; o a Step devono mostrarsi in negligé trasparenti e calze autoreggenti. A qualcuna va peggio. Ho voglia di te è un romanzo rosa - anche questo un tratto sui generis - che flirta con lo stupro. Daniela, la sorellina minorenne di Babi, qui perde la sua verginità con uno sconosciuto a un party: gli spacciatori le hanno rifilato per vendetta, anziché l’ecstasy che lei cercava, una droga che l’ha resa incosciente. Nessuno sembra aver da dire. Anzi, festa in famiglia: Daniela, rimasta incinta e accertato di non avere l’Aids, si tiene infatti il bambino (abortire? no, anche se di fatto stuprate qui la morale non lo consente).
Ma torniamo al teatro di questi due romanzi. Moccia celebra come un culto la stanzialità in un’area ristrettissima di Roma. Vigna Clara, ne parliamo per esserci cresciute, è un quartiere residenziale nato nella seconda metà degli anni Cinquanta. In epoca classista, un quartiere di classe: borghesia di professionisti, un po’ di cinematografari perché qualche condominio, ante litteram, aveva la piscina. Nella scuola di quartiere le sezioni erano divise per censo: nelle prime figli e figlie di famiglie «coi cognomi», in quelle con le lettere successive, la H, la G, la L, figli e figlie delle domestiche che arrivavano dall’area circostante, allora popolare, di Ponte Milvio, Tor di Quinto, Tomba di Nerone. La grande chiesa parrocchiale, Santa Chiara, alloggiava nel pomeriggio attività distinte: una palestra per le signore, un circolo segregato per i portieri. Vigna Clara era omogenea alla società dell’epoca: teatro di scandali proporzionali a quelli di quegli anni, una famiglia «colpita» dall’affare Lockheed, un’altra da un affaire edilizio. Negli ultimi anni, sempre a ruota col contesto, la zona s’è ancor più segregata. S’è incanaglita. La concentrazione di ricchezza in poche mani si vede tutta: ogni famiglia ha quattro macchine, compreso il Suv d‘obbligo; quel po’ di comunanza che era data dall’avere i figli alle scuole pubbliche di quartiere è scomparsa, la scuola pubblica è vista come un disdoro, i ragazzini vanno dai cosiddetti pères sulla Flaminia o dalle suore ai Parioli. È un mare di lamiera, l’inferno che un certo tipo di residenti si meritano. Questa è la «mitica» Vigna Clara (con escursione fino a Parioli e Talenti) di cui Federico Moccia canta l’epos, come Marquez con la sua Macondo.
Il libro si legge in fretta. Moccia è abile nel renderlo orecchiabile, in senso letterale, nel rimandare, cioè, a qualcosa che è già nelle nostre orecchie, per esempio le canzoni di Battisti che scandiscono l’amore tra i due protagonisti. Senonché, come non c’è stata davvero storia - ma una lunga iterazione di scazzottate - non c’è vero finale: Step capisce d’amare Gin e ci lascia col dubbio che voglia riaffacciarsi, l’anno prossimo, con un altro sequel.

Perché dedicare tanto inchiostro a questo libro? Perché come il precedente sta diventando la leva d’un fenomeno di massa tra ragazzini e ragazzine. In genere, di fronte a questi fenomeni, le strade sono due: i giornali li ignorano; oppure ne parlano con la neutralità che si riserva ai prodotti che, come che sia, hanno il merito di essere fabbriche di quattrini. Ma ha ragione sempre il mercato? In occasione del cinquantennale abbiamo visto la Feltrinelli rivendicare con orgoglio la fedeltà a un pedigree fin dalle origini «moderno e internazionale», e al lascito di «una squadra» - cinquant’anni fa - «che voleva cambiare il mondo, rivoluzionare la cultura italiana del dopoguerra con i libri, con la forza della parola scritta» (parole di Inge Feltrinelli nell’intervista che ha rilasciato alla rivista Bookshop di dicembre). Cinquant’anni dopo, però, la casa di via Andegari pubblica un romanzo che celebra l’epica dell’eroe di un fazzoletto di mondo a Roma Nord, la saga vignaclarina del picchiatore, fascistello, Step di Federico Moccia. E noi, benché si tratti di una gallina dalle uova d’oro, riteniamo legittima la domanda: perché lo fa?

 
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